La punteggiatura nell’opera Caproniana

Premessa #2  Se provaste ad aprire (e vi consiglio di farlo), a caso, Il conte di Kevenhüller di un certo Giorgio Caproni, senza conoscere – presupponiamo – l’opera ed il suo autore, notereste una particolare mise en page del testo; se vi soffermaste a leggere qualche componimento, vi accorgereste di un uso frequente, spasmodico, di segni grafici che frammentano il discorso, i molteplici discorsi, incrementandone la forte ambiguità.

I segni di interpunzione sono diventati la mia scusa per un tentativo di analisi dell’opera, delle sue tematiche e della sua enigmatica bellezza.

Continuo a postare i capitoletti della mia tesi.  Qui troverete la prima parte. Continue reading

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L’ambiguità ne «IL CONTE DI KEVENHÜLLER» di Giorgio Caproni. L’uso dei segni di interpunzione

Premessa #1: per fare cosa buona e giusta, pubblicherò a capitoletti, quando mi girerà, la mia tesi (riveduta, forse).  Ora ho sonno, riscriverò questa premessa quando sarò in pieno possesso delle mie facoltà mentali. Il capitolo introduttivo è il più noioso (da 1 a 10 sarebbe un 8 e mezzo); gli altri, entrando nel vivo dei componimenti, lo sono un filino in meno (6 e mezzo, 7). Non addormentatevi (ma vi perdono perché mi addormento anch’io) e buona lettura.
PS Vorrei citare il signor Giovanni Succi per il suo bellissimo audioblog su quest’opera caproniana; durante il periodo in cui scrissi la tesi, riascoltai ripetutamente le sue registrazioni e lessi le sue considerazioni e analisi, e mi sentii meno sola (?). Ora non ricordo che altro volevo dire, ma grazie.
Diffondiamo tutti insieme Caproni, grande poeta poco considerato.

Quindi, niente: vi assista la partitura, in qualche modo.

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Suore, Fede e Freud

You want to believe, don’t you? #1
Una volta, anni fa, quando ancora frequentavo il liceo, ci portarono a visitare un convento nel centro di Milano. Non ricordo il nome né, approssimativamente, il luogo; ma penso fosse in una qualche zona del centro, perché da un giardino interno si poteva scorgere l’edificio di un gigante della moda.

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A little bit of sweet nothing – Il discorso di Boris Johnson sulla Brexit non chiarisce nulla.

Triste sarebbe un paese senza comici. E nel mondo politico non ne mancano; ogni paese ha i suoi. In Inghilterra, uno dei più popolari è Boris Johnson.

L’altro ieri, il 14 Febbraio, l’ex sindaco di Londra, attuale segretario di stato per gli affari esteri, ha intrattenuto gli spettatori e i giornalisti con tante belle e vaghe parole su come, pare, la Brexit non porterà a nessun cambiamento. E, allora, ci si chiede cosa l’abbiano votata a fare.

Ma la stampa Britannica non è quella Italiana (la grande maggioranza almeno, contenta di annuire servilmente e bersi il nulla) e incalza il segretario con una serie di domande (anche provocatorie) volte a capire i punti pratici della questione: cosa comporterà, in pratica, l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea? Quali saranno i cambiamenti effettivi? Where is the clarity? 

Perché ad oggi, 16 Febbraio 2018, tutto resta ancora vago e confuso.

Il discorso di Boris Johnson mirato a tranquillizzare gli animi dei remainers – di chi la Brexit, oh, mica la voleva (ricordiamo, il 48.11% dei votanti) – risulta “a bit of this, and a bit of that, and a bit of nothing“, come ripeteva Yasmin Alibhai-Brown, giornalista di “The I”, ieri mattina su Sky News citando un articolo di Jane Merrick (“A Valentine’s message of sweet nothing“). Insomma, l’ex sindaco di Londra, col suo modo di fare giocoso e buffo, non centra le questioni pratiche e rimane sulla vaghezza del nulla.

Brexit is about going global” e l’obiettivo non è quello di diventare “più insulari” – tiene a precisare Boris Johnson; l’UK continuerà ad essere aperta come è stata fino ad ora, e non perché parte dell’Unione Europea. La Brexit è semplicemente una manifestazione di “historical national genius” (ah, e io che pensavo di xenofobia); della volontà di riappropriarsi della propria libertà economica e di “riprendersi il controllo”. Non c’è ragione di temerne i risultati.

Mr Johnson cerca di placare le “ansie” di chi vorrebbe un nuovo referendum, ed è a loro che principalmente si rivolge. Con la Brexit tutto resterà come prima, semplicemente senza le imposizioni dell’EU. “The Brexit can be grounds for much more hope than fear“.

Bellissima cosa, ma ad oggi non si capisce in che modo nella praticità dei fatti.

Insomma, così va avanti tutto il discorso. Boris Johnson elenca una serie di motivazioni, sempre piuttosto vaghe, sul perché niente di negativo succederà con questa uscita dall’Unione; ma nessuna soluzione pratica ai molti interrogativi che la Brexit comporta.

Nel dibattito mattutino del giorno dopo, a The View, su Sky News, Yasmin Alibhai-Brown fa notare come molti votanti Pro-Brexit speravano che avrebbero ottenuto l’abolizione dell’immigrazione; cosa di fatto non possibile.

Purtroppo, davvero, il voto a favore della Brexit sembra doversi leggere in quest’ottica. La campagna politica contraria alla Brexit non è stata intelligente e convincente. Fuori Londra ha vinto la paura, l’odio e il nazionalismo diffuso.

E non abbiamo bisogno di questi sentimenti che comportano una chiusura. In questo nostro particolare momento storico, in cui è facile abbandonarsi agli istinti più grezzi, alla paura e all’odio, abbiamo bisogno di unione. Contro il fanatismo religioso e politico – il fanatismo umano – è necessario uno sforzo di apertura.

Di certo l’uscita di un paese importante come il Regno Unito dall’Unione Europea, non sembra – checché se ne dica e quali saranno i risultati- dare un segnale in questa direzione.

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[Discorso completo di Boris Johnson: https://youtu.be/V-LEkBnyn5A ]

#brexit

Invito alla lettura: “Persepolis” di Marjane Satrapi

“Nella tua vita conoscerai parecchi imbecilli. Se ti daranno dei dispiaceri, pensa che è la loro stupidità che li induce a farti soffrire. Questo ti eviterà di ripagarli con la stessa moneta, perché non c’è nulla di peggio a questo mondo che il rancore e la vendetta…
Cerca di mantenerti sempre onesta e degna di te stessa.”

Finalmente sto leggendo “Persepolis”, la storia autobiografica a fumetti di Marjane Satrapi, Iraniana che ora vive in Francia.

Marjane Satrapi racconta della sua infanzia in Iran prima e dopo la “Rivoluzione culturale“, la pre-adolescenza durante la guerra, l’adolescenza lontana dal suo paese e l’età della maturità e le scelte di vita.

Credevate che il velo in Iran le donne lo avessero sempre indossato? Ebbene no, la cosiddetta “Rivoluzione culturale” ha radicalizzato i costumi ed imposto ferree regole alla popolazione, limitandone la libertà; e di fatto annientandola.

Seguendo la vita di Marjane, veniamo a contatto con l’assurda crudeltà degli uomini,  e percepiamo la solitudine, il dolore e la voglia di rivalsa della protagonista; capiamo l’importanza delle proprie scelte, perché anche quando diciamo “non avevo scelta”, una scelta la facciamo sempre.

Libro consigliatissimo: fa indignarsi e tanta rabbia; ma anche ridere, sorridere, commuoversi e, soprattutto, riflettere. Mi ha aperto un nuovo spiraglio su questioni di cui ho sempre saputo poco o nulla.

Proprio in questi giorni di proteste in Iran, voglio capire la storia di questo paese.
Per questo – e con l’intenzione di rendere questo blog più vivo (e utile) – mi rivolgo a voi lettori, anime pie che capitate per caso nei dintorni, e vi chiedo: che libri sull’Iran consigliate per approfondirne e capirne la storia?

Intermezzo casuale

Chiedo scusa a me stessa perché non mi prendo il tempo per scrivere.

Trovai E. lì, a guardarmi, con quegli occhi che avrebbe avuto solo alla fine della sua storia, quando non ci sarebbe stato più nulla da capire, ogni cosa inutile era già stata fatta, le cose non dette non avrebbero più avuto importanza e nulla restava, se non il tempo, il tempo per morire; lì in quella sua vecchia casa dove era stata bambina; in quel garage dove da qualche parte stava ancora la sua bicicletta. Ed E. per l’ultima volta avrebbe rivisto suo padre giocare, felice, fino a quando poi, tutto, sarebbe sfuocato nel sogno.

“Mi dispiace” le dissi con dolore, “avrei voluto portarti in vita, ma non ho saputo farlo.”

E lei lì a non dire niente, solo a guardarmi con quegli occhi rassegnati e stanchi.

“Lo farai, un giorno” finalmente disse, e parlò come una vecchia amica. “Mi porterai in vita, nella tua vita – sarò la tua vita un istante –  e poi morirai anche te.”
“Non rimarrà niente così.”
“E cosa deve rimanere?”
“Una bella storia, una storia che emozioni” dissi, ma con poca convinzione, triste per la mia incapacità.

Ed ogni cosa morirà nella mia mente perché io non sarò in grado di darle forma, oppure l’avrò pensata in punto di sonno e il giorno dopo dimenticata.

Come non scrivere un –

Quando ho intenzione di scrivere un articolo o saggio, o quant’altro comporti una ricerca impegnata, mi procuro libri, articoli, materiali che me lo hanno ispirato, e inizio a pasticciarli per rielaborare le idee.
So il contenuto che il mio saggio dovrà avere, ma ho bisogno di tempo e pazienza per ricercare altro materiale, altre fonti, e ideare una forma che veicoli in maniera chiara e “accettabile” – secondo i miei canoni estetici – il messaggio.
Così, seguendo -a causa di- questo criterio, accumulo articoli/saggi abbozzati, incompiuti che abbandono nella memoria virtuale del mio laptop. Ad esempio:

“Se questo è un giornalista” che dovrebbe interrogarsi sul ruolo del giornalista e il suo linguaggio, con particolare attenzione alla nostra Italia. I riferimenti che vi feci risultano ormai datati e sarebbe da rielaborare;

-“Heart of darkness, o, la Rosabud di Orson Welles” sul film che il noto regista, ritrovandosi impossibilitato a mettere in scena, rimpianse a lungo;

-“La vittoria di Don Abbondio” sull’ultimo bistrattato capitolo dei Promessi Sposi (idea che valutai per la mia tesi, tra l’altro, e scoprii effettivamente utilizzata da un mio collega);

-“Anna Karenina è una merda” disse Tolstoj insoddisfatto del suo romanzo russo.

E un bell’articolo scritto con odio:
-“Tutto il mondo è paese: sfatiamo il mito dell’Inghilterra. Lo schiavismo negli hotel a cinque stelle.

Così insomma sono morti, nello stesso istante in cui li ho pensati, tutti i miei potenziali saggi ed articoli. A causa di insufficienti nozioni per scriverli, citazioni a cui riferirmi e conoscenze a cui attingere, me li sono persi, li ho lasciati perdere. Sbruffona, ho pensato, che cosa vuoi scrivere senza leggere prima?

E niente, il blog che immaginavo vivo, stimolante, pieno di articoli interessanti, esiste solo nella mia testa, in potenza.
Ho una testa vivace, eh, piena di personaggi, idee, di se e inaspettati eventi, di dialoghi accesi, pensieri accartocciati, pensati male e poi buttati.

L’albero

Aldilà dell’inferriata al confine col parcheggio del centro commerciale, tra i biancastri furgoni della concessionaria, si ergeva un grande albero spoglio che allungava i suoi rami verso il cielo, come in un disperato tentativo di raggiungerlo.

Il marrone non è un colore particolarmente vitale o vivace, a Susanna non piaceva neanche un po’; eppure quel tronco spoglio le sembrò l’unica cosa viva in mezzo al grigiore circostante, e appoggiata al finestrino dell’auto si ritrovò tristemente a fissarlo. ‘I suoi rami dormono’ pensò, ‘aspettano la nuova stagione.’

Che strano: non era altro che un albero – faceva parte di quella natura che l’uomo tanto combatteva e voleva dominare, e spesso nemmeno notava – eppure… ‘Chissà com’è essere un albero’, si chiese pensierosa; chissà com’era non avere la condanna del pensiero, la consapevolezza dell’esistenza… cercare la luce, il cielo…
Susanna desiderò essere un albero. L’albero soffriva? Chi non ha pensiero prova dolore? ‘Ma certo, Susanna; dimentichi il dolore fisico.’ ‘Ma il dolore fisico lo si prova attraverso il cervello, no?’ Le balenò in mente che gli alberi non hanno – per quanto ne sapesse – un cervello. Non hanno quindi… oddio, ma davvero, perché pensava a quelle cose? era solo una bambina -una ragazzina, che ne sapeva lei di questioni di scienza!

Si raddrizzò sullo schienale del sedile e si protrasse in avanti per vedere i rami più alti. Rimase ad osservare come da robusti si restringessero fino a diventare sottili, tanto sottili da potersi spezzare con le dita: più salivano verso il cielo, più si indebolivano. Il tronco era così forte e solido quando stava ancorato al suolo e non cercava il cielo.
‘Ma che cielo!’ pensò di colpo. Il cielo lo cercano gli uomini.

Rimase assorta diversi minuti. ‘Com’è strano’, continuava a pensare; ma non riusciva a definire quella sensazione di stranezza. Le persone, che stupide! Le persone non notano l’albero, non lo guardano. Eppure è lì, che vive.

‘Chissà che tipo di albero è’ si chiese. Pino sicuramente no, castagno, ciliegio… frassino? Melo, pero… macché. (In realtà nessuno di questi nomi le diceva molto, a parte il pino.) Che razza di albero poteva essere? Forse una quercia. Susanna volle pensare fosse una quercia.

Sua madre arrivò con la borsa della spesa e aprì la portiera, interrompendo quel flusso  scoordinato di pensieri; allora Susanna chiuse gli occhi e finse di dormire.

Foto di Perani Adriano