La punteggiatura nell’opera Caproniana

Premessa #2  Se provaste ad aprire (e vi consiglio di farlo), a caso, Il conte di Kevenhüller di un certo Giorgio Caproni, senza conoscere – presupponiamo – l’opera ed il suo autore, notereste una particolare mise en page del testo; se vi soffermaste a leggere qualche componimento, vi accorgereste di un uso frequente, spasmodico, di segni grafici che frammentano il discorso, i molteplici discorsi, incrementandone la forte ambiguità.

I segni di interpunzione sono diventati la mia scusa per un tentativo di analisi dell’opera, delle sue tematiche e della sua enigmatica bellezza.

Continuo a postare i capitoletti della mia tesi.  Qui troverete la prima parte. Continue reading

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L’ambiguità ne «IL CONTE DI KEVENHÜLLER» di Giorgio Caproni. L’uso dei segni di interpunzione

Premessa #1: per fare cosa buona e giusta, pubblicherò a capitoletti, quando mi girerà, la mia tesi (riveduta, forse).  Ora ho sonno, riscriverò questa premessa quando sarò in pieno possesso delle mie facoltà mentali. Il capitolo introduttivo è il più noioso (da 1 a 10 sarebbe un 8 e mezzo); gli altri, entrando nel vivo dei componimenti, lo sono un filino in meno (6 e mezzo, 7). Non addormentatevi (ma vi perdono perché mi addormento anch’io) e buona lettura.
PS Vorrei citare il signor Giovanni Succi per il suo bellissimo audioblog su quest’opera caproniana; durante il periodo in cui scrissi la tesi, riascoltai ripetutamente le sue registrazioni e lessi le sue considerazioni e analisi, e mi sentii meno sola (?). Ora non ricordo che altro volevo dire, ma grazie.
Diffondiamo tutti insieme Caproni, grande poeta poco considerato.

Quindi, niente: vi assista la partitura, in qualche modo.

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Suore, Fede e Freud

You want to believe, don’t you? #1
Una volta, anni fa, quando ancora frequentavo il liceo, ci portarono a visitare un convento nel centro di Milano. Non ricordo il nome né, approssimativamente, il luogo; ma penso fosse in una qualche zona del centro, perché da un giardino interno si poteva scorgere l’edificio di un gigante della moda.

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Invito alla lettura: “Persepolis” di Marjane Satrapi

“Nella tua vita conoscerai parecchi imbecilli. Se ti daranno dei dispiaceri, pensa che è la loro stupidità che li induce a farti soffrire. Questo ti eviterà di ripagarli con la stessa moneta, perché non c’è nulla di peggio a questo mondo che il rancore e la vendetta…
Cerca di mantenerti sempre onesta e degna di te stessa.”

Finalmente sto leggendo “Persepolis”, la storia autobiografica a fumetti di Marjane Satrapi, Iraniana che ora vive in Francia.

Marjane Satrapi racconta della sua infanzia in Iran prima e dopo la “Rivoluzione culturale“, la pre-adolescenza durante la guerra, l’adolescenza lontana dal suo paese e l’età della maturità e le scelte di vita.

Credevate che il velo in Iran le donne lo avessero sempre indossato? Ebbene no, la cosiddetta “Rivoluzione culturale” ha radicalizzato i costumi ed imposto ferree regole alla popolazione, limitandone la libertà; e di fatto annientandola.

Seguendo la vita di Marjane, veniamo a contatto con l’assurda crudeltà degli uomini,  e percepiamo la solitudine, il dolore e la voglia di rivalsa della protagonista; capiamo l’importanza delle proprie scelte, perché anche quando diciamo “non avevo scelta”, una scelta la facciamo sempre.

Libro consigliatissimo: fa indignarsi e tanta rabbia; ma anche ridere, sorridere, commuoversi e, soprattutto, riflettere. Mi ha aperto un nuovo spiraglio su questioni di cui ho sempre saputo poco o nulla.

Proprio in questi giorni di proteste in Iran, voglio capire la storia di questo paese.
Per questo – e con l’intenzione di rendere questo blog più vivo (e utile) – mi rivolgo a voi lettori, anime pie che capitate per caso nei dintorni, e vi chiedo: che libri sull’Iran consigliate per approfondirne e capirne la storia?

Intermezzo casuale

Chiedo scusa a me stessa perché non mi prendo il tempo per scrivere.

Trovai E. lì, a guardarmi, con quegli occhi che avrebbe avuto solo alla fine della sua storia, quando non ci sarebbe stato più nulla da capire, ogni cosa inutile era già stata fatta, le cose non dette non avrebbero più avuto importanza e nulla restava, se non il tempo, il tempo per morire; lì in quella sua vecchia casa dove era stata bambina; in quel garage dove da qualche parte stava ancora la sua bicicletta. Ed E. per l’ultima volta avrebbe rivisto suo padre giocare, felice, fino a quando poi, tutto, sarebbe sfuocato nel sogno.

“Mi dispiace” le dissi con dolore, “avrei voluto portarti in vita, ma non ho saputo farlo.”

E lei lì a non dire niente, solo a guardarmi con quegli occhi rassegnati e stanchi.

“Lo farai, un giorno” finalmente disse, e parlò come una vecchia amica. “Mi porterai in vita, nella tua vita – sarò la tua vita un istante –  e poi morirai anche te.”
“Non rimarrà niente così.”
“E cosa deve rimanere?”
“Una bella storia, una storia che emozioni” dissi, ma con poca convinzione, triste per la mia incapacità.

Ed ogni cosa morirà nella mia mente perché io non sarò in grado di darle forma, oppure l’avrò pensata in punto di sonno e il giorno dopo dimenticata.

Come non scrivere un –

Quando ho intenzione di scrivere un articolo o saggio, o quant’altro comporti una ricerca impegnata, mi procuro libri, articoli, materiali che me lo hanno ispirato, e inizio a pasticciarli per rielaborare le idee.
So il contenuto che il mio saggio dovrà avere, ma ho bisogno di tempo e pazienza per ricercare altro materiale, altre fonti, e ideare una forma che veicoli in maniera chiara e “accettabile” – secondo i miei canoni estetici – il messaggio.
Così, seguendo -a causa di- questo criterio, accumulo articoli/saggi abbozzati, incompiuti che abbandono nella memoria virtuale del mio laptop. Ad esempio:

“Se questo è un giornalista” che dovrebbe interrogarsi sul ruolo del giornalista e il suo linguaggio, con particolare attenzione alla nostra Italia. I riferimenti che vi feci risultano ormai datati e sarebbe da rielaborare;

-“Heart of darkness, o, la Rosabud di Orson Welles” sul film che il noto regista, ritrovandosi impossibilitato a mettere in scena, rimpianse a lungo;

-“La vittoria di Don Abbondio” sull’ultimo bistrattato capitolo dei Promessi Sposi (idea che valutai per la mia tesi, tra l’altro, e scoprii effettivamente utilizzata da un mio collega);

-“Anna Karenina è una merda” disse Tolstoj insoddisfatto del suo romanzo russo.

E un bell’articolo scritto con odio:
-“Tutto il mondo è paese: sfatiamo il mito dell’Inghilterra. Lo schiavismo negli hotel a cinque stelle.

Così insomma sono morti, nello stesso istante in cui li ho pensati, tutti i miei potenziali saggi ed articoli. A causa di insufficienti nozioni per scriverli, citazioni a cui riferirmi e conoscenze a cui attingere, me li sono persi, li ho lasciati perdere. Sbruffona, ho pensato, che cosa vuoi scrivere senza leggere prima?

E niente, il blog che immaginavo vivo, stimolante, pieno di articoli interessanti, esiste solo nella mia testa, in potenza.
Ho una testa vivace, eh, piena di personaggi, idee, di se e inaspettati eventi, di dialoghi accesi, pensieri accartocciati, pensati male e poi buttati.

L’albero

Aldilà dell’inferriata al confine col parcheggio del centro commerciale, tra i biancastri furgoni della concessionaria, si ergeva un grande albero spoglio che allungava i suoi rami verso il cielo, come in un disperato tentativo di raggiungerlo.

Il marrone non è un colore particolarmente vitale o vivace, a Susanna non piaceva neanche un po’; eppure quel tronco spoglio le sembrò l’unica cosa viva in mezzo al grigiore circostante, e appoggiata al finestrino dell’auto si ritrovò tristemente a fissarlo. ‘I suoi rami dormono’ pensò, ‘aspettano la nuova stagione.’

Che strano: non era altro che un albero – faceva parte di quella natura che l’uomo tanto combatteva e voleva dominare, e spesso nemmeno notava – eppure… ‘Chissà com’è essere un albero’, si chiese pensierosa; chissà com’era non avere la condanna del pensiero, la consapevolezza dell’esistenza… cercare la luce, il cielo…
Susanna desiderò essere un albero. L’albero soffriva? Chi non ha pensiero prova dolore? ‘Ma certo, Susanna; dimentichi il dolore fisico.’ ‘Ma il dolore fisico lo si prova attraverso il cervello, no?’ Le balenò in mente che gli alberi non hanno – per quanto ne sapesse – un cervello. Non hanno quindi… oddio, ma davvero, perché pensava a quelle cose? era solo una bambina -una ragazzina, che ne sapeva lei di questioni di scienza!

Si raddrizzò sullo schienale del sedile e si protrasse in avanti per vedere i rami più alti. Rimase ad osservare come da robusti si restringessero fino a diventare sottili, tanto sottili da potersi spezzare con le dita: più salivano verso il cielo, più si indebolivano. Il tronco era così forte e solido quando stava ancorato al suolo e non cercava il cielo.
‘Ma che cielo!’ pensò di colpo. Il cielo lo cercano gli uomini.

Rimase assorta diversi minuti. ‘Com’è strano’, continuava a pensare; ma non riusciva a definire quella sensazione di stranezza. Le persone, che stupide! Le persone non notano l’albero, non lo guardano. Eppure è lì, che vive.

‘Chissà che tipo di albero è’ si chiese. Pino sicuramente no, castagno, ciliegio… frassino? Melo, pero… macché. (In realtà nessuno di questi nomi le diceva molto, a parte il pino.) Che razza di albero poteva essere? Forse una quercia. Susanna volle pensare fosse una quercia.

Sua madre arrivò con la borsa della spesa e aprì la portiera, interrompendo quel flusso  scoordinato di pensieri; allora Susanna chiuse gli occhi e finse di dormire.

Foto di Perani Adriano

Brevissimo invito alla lettura: “Frankenstein, o il moderno Prometeo” di Mary Shelley

È sempre colpa dei genitori.

Questa è la storia di un padre che rigetta il figlio, di un uomo che divenuto Dio, un Dio ingiusto, crea Adamo e lo lascia solo.
È una storia terribile, d’orrore e d’angoscia, di separazione e di morte, ma anche d’amicizia e di viaggi, dominata da forti passioni descritte minuziosamente dalla capacità introspettiva dell’autrice.
Non si può non provare compassione per la creatura abbandonata a se stessa e detestare quanti la ripugnano; nè si può capire completamente il comportamento di Frankenstein che, insomma, poteva sforzarsi ed essere più comprensivo verso la “cosa” creata.
Ma se il dottore e la creatura fossero stati amici, bè, di certo la Shelley non avrebbe potuto scrivere la sua terribile storia.

L’umanizzazione del mostro, vittima e carnefice, rende complicato qualsiasi giudizio. E ci si domanda chi sia, dopotutto, il vero mostro. O, forse, chi non lo sia.

Libro che ha soddisfatto il mio bisogno estetico. Consigliatissimo.

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